C’è un momento preciso della nostra vita in cui siamo più vulnerabili, più esposti a critiche, giudizie e bullismi e in cui rischiamo di perderci completamente di vista. La pre-adolescenza, che corrisponde generalmente alle scuole medie italiane, sono una fase molto delicata della crescita di ognuno, in cui i ragazzi (in fondo ancora bambini, ma grandi abbastanza per comprendere la differenza tra bene e male) si dividono in due coalizioni perfette di bulli e bullizzati, di vittime e carnefici. In molti casi, quei ruoli possono diventare interscambiabili.
L’esordio al lungometraggio di Charlie Polinger, The Plague (2025), parte da questo assunto fondamentale per raccontare una storia molto più intima e profonda, che nasce dalle camerate di un campo scuola estivo e si diffonde a macchia d’olio proprio come una peste bubbonica. Una malattia nascosta, visibile o meno poco importa, ma ugualmente pericolosa e figlia di una cultura che opprime, ingabbia, giudica, distrugge – senza pietà.

Nel film di Polinger, tratto da un suo cortometraggio del 2018, The Sauna, la peste è una palese metafora sociale, in cui lo spettatore non è mai portato a chiedersi se la malattia di uno dei protagonisti sia reale o presunta (non è necessario saperlo). La pubertà, l’età dello sviluppo, il momento più delicato della crescita di un individuo, è in fondo la vera piaga di questo film, con tutte le sue tossicità e tutte le fragilità del caso.
L’escalation di crudeltà e bullismo che avvolge la pellicola hanno un retrogusto amaro che somiglia pericolosamente alla realtà: il film ha sicuramente una forte accezione metaforica, ma allo stesso tempo è un quadro perfettamente lucido della gioventù. Quello che inquieta e forse disturba è che il film è ambientato nei primi anni del 2000, ma è una storia che potrebbe essere raccontata negli anni Ottanta o nel 2026 – e avrebbe ugualmente lo stesso impatto emotivo e sociale.

La mascolinità tossica tipica del cameratismo da trasferta, la pressione sociale che richiede un’aderenza quasi perfetta e impeccabile a dettami sociali specifici, il corpo che diventa manifesto e strumento, da un lato di vergogna e dall’altro di violenza, sono il fondamento di questo racconto, al punto che lo stesso Polinger ha dichiarato di voler “catturare un terrore sociale e una vulnerabilità del corpo in un modo difficilmente visibile nei film con protagonisti maschili”. Non è un caso, quindi, che le sue fonti di ispirazione principali siano stati film come The Shining o Full Metal Jacket.
Non un semplice film sul bullismo, quindi, The Plague è un piccolo – ma preziosissimo – trattato sul voyeurismo di chi osserva inerme una violenza perpetrata e sull’impotenza di chi subisce o perpetra un dolore.