C’è una voragine sul soffitto che non si riesce a riparare e il pavimento è completamente allagato. In casa non si può rimanere, bisogna andare via al più presto, cercare riparo e aspettare che tutto torni al suo posto. Ma non torna mai al suo posto, può solo peggiorare.
Linda è una psicoterapeuta oberata dalle patologie dei suoi clienti, un marito militare che trascorre gran parte del suo tempo in missione e una figlia molto malata, che vive e si nutre grazie a un tubo infilato nello stomaco. E questo basterebbe, forse, a sventolare bandiera bianca e sedersi per terra in lacrime. Ma come si fa se il pavimento è pieno d’acqua e le tue lacrime rischiano di farti affogare? Non si fa: ci si rialza, si guarda avanti e ci si rimbocca le maniche, facendo il possibile per non annaspare.

Per raccontare questa storia, Mary Bronstein decide di stringere il campo sui primi piani della protagonista, impedendoci di guardare a fondo il mondo che le circonda. Perché non ci importa, in fondo è di lei che ci dobbiamo preoccupare. Non ci importa e forse è superfluo, perché è il suo mondo interiore che si è sgretolato, molto prima del buco sul soffitto, molto prima del pavimento allagato, molto prima della figlia malata. Molto prima.
E più passa il tempo e più quell’inquadratura diventa soffocante, opprimente, dolorosa, al punto che si fatica a stare seduti sulla poltrona, le gambe tremano e il respiro affanna e vorresti entrare in scena per riparare tutto, per coprire il buco, per asciugare l’acqua. Ma sei fermo, impotente, distrutto. E sei costretto a guardare lei, negli occhi, ad assorbire il suo dolore e farlo tuo – per poi accorgerti che è stato tuo fin dall’inizio.

E allora quella fessura sul soffitto non è semplicemente una fessura, l’acqua sul pavimento non è semplicemente acqua, ma se ti fermi annaspi e quindi affoghi e se non sei in grado di aiutare te stesso come speri di poter salvare qualcun altro? Ecco, quindi, che quella fessura si fa voragine e se provi a guardarci dentro ci trovi tutto e quindi niente e quel buco diventa vuoto e quel vuoto ha il rumore assordante del tuo dolore. E a quel punto ti tocca scegliere: vuoi bere o vuoi affogare? E tu ci provi ad affogare, ci provi eccome, ma non serve. Non serve e forse non basta e in fondo non lo vuoi davvero. In fondo affogare è solo l’ennesimo tentativo per scappare. Scappare dalla casa allagata, dal vuoto che urla, da una figlia malata, da te stessa.
Così ti fermi, ti siedi, sorridi e te lo prometti: stavolta andrà tutto bene.