Sono nata e cresciuta nella periferia più oscura della mia città. E nonostante i miei genitori fossero proprietari di un’attività commerciale, non sono mai stata davvero benestante. Fortunata, forse, ma mai benestante. Chi nasce e cresce in periferia conosce bene le sue dinamiche, le sue ambientazioni e i personaggi che la caratterizzano. Non solo. Chi nasce e cresce in periferia continua a portarsi dietro una specie di onta, a metà tra disagio e imbarazzo, che col tempo si trasforma soltanto, ma non va mai via. Neanche se te ne vai via tu.

I See Buildings Fall Like Lightning, vincitore del premio come miglior film alla Festa del Cinema di Roma 2026, è il racconto agrodolce di una periferia inglese, quella di Birmingham, che si sviluppa all’ombra dei palazzi in costruzione, della compravendita di droghe pesanti e leggere, dell’eroina e della povertà, non solo materiale ma anche – e soprattutto – interiore.
La classe operaia, però, non deve chiedere scusa a nessuno, non per la sua rabbia né per la sua frustrazione. Al contrario, la periferia deve ringraziarla, perché se non ci fosse lei non ci sarebbero neanche i suoi palazzi a riparare dalla pioggia, dal freddo, dalla miseria. Nel suo film tratto dall’omonimo libro di Kieran Goddard, Clio Barnard non è clemente né giudicante, ma lascia spazio ai suoi protagonisti senza filtri o limitazioni, concedendo loro il tempo che serve per sbagliare, tornare indietro, ricominciare.

Non c’è lieto fine, in questo film, come non può esserci in fondo nella vita reale: se la classe operaia non va in paradiso, oggi, è proprio perché la sua rabbia ha scavallato la tolleranza, perché il dolore e la fame accecano più dell’odio. Perché non c’è salvezza, è vero, ma non per questo bisogna rinunciare. A lottare, ad arrabbiarsi, a ribellarsi. A vivere.