Jeanne e Simon sono seduti l’uno di fianco all’altro, ormai stremati da un viaggio (metaforico e reale) alla scoperta di un passato tragicamente scomodo. Simon guarda sua sorella: “Jeanne… uno più uno può fare uno?”. Jeanne si paralizza per qualche secondo, poi le si gela il sangue e un urlo soffocato le riempie la bocca e si trasforma in uno sospiro sordo, dolorosissimo, forse uno dei più sofferti della storia del cinema.
Incendies (La donna che canta, 2010) è il quarto film di Denis Villeneuve, l’ultimo in lingua francese, prima di arrivare al pubblico internazionale con Prisoners nel 2013 – e diversi anni prima di Blade Runner 2049. Tratto dall’omonima opera teatrale di Wajdi Mouawad, Incendies prende in prestito la tragedia greca di Sofocle per raccontare la storia di due gemelli, Jeanne e Simon, che si trovano davanti a un notaio a discutere l’eredità di Nawal, la loro defunta madre. Una lettera, che potranno leggere solo dopo aver portato a termine la loro missione: un viaggio a ritroso verso il Libano, alla scoperta di una verità – e di un passato così drammatico da non sembrare reale. Ma la realtà, a volte, supera la più morbosa delle fantasie.
La guerra esiste ed è un pretesto, per Villeneuve, per raccontare una storia di dolore e riscatto, in cui una donna, Nawal, conta sulle sue stesse forze per sopravvivere a una realtà che non le dà scampo, che non vuole salvarla, che non ha intenzione di porgerle la mano neppure una volta, neppure per errore. E il segreto che Nawal è costretta a custodire nel suo cuore così ferito e distrutto è talmente tanto ingombrante da non riuscire a rimanere al suo posto. E ha bisogno di urlare – e inconsciamente anche di essere compreso.
Non è chiaro se il bisogno di verità di Nawal sia un gesto altruista nei confronti dei figli o forse il bisogno recondito di ripulirsi la coscienza da un senso di colpa indotto e inesistente. Quello che resta, però, nascosto tra le ceneri di quel dolore, è quel sospiro soffocato della protagonista: il sospiro sommesso e doloroso della verità.