Il privilegio non è una colpa ma una responsabilità. E se nasci in una casa in cui tuo padre si chiama David Cronenberg, è chiaro che ti porti addosso un carico di aspettative importanti, non solo da parte delle persone che sono cresciute a pane e horror, ma anche – e soprattutto – da parte tua.
Brandon Cronenberg nasce in una famiglia in cui horror e fantascienza sono all’ordine del giorno. Suo padre David ha plasmato l’immaginario di tantissime persone nel corso degli anni e il suo cinema è costellato da racconti morbosi e viscerali sul corpo, sulle mutazioni e deformazioni e sulla metafora del dismembramento come catarsi della vita stessa.

Continuando, quindi, a raccontarci la storia della mela e dell’albero, è evidente che l’eredità di papa’ David scalpiti feroce sotto alle macerie delle opere di Brandon. Come è evidente che Possessor, il suo penultimo film (l’ultimo è Infinity Pool, del 2023), sia figlio privilegiato di buona parte del cinema cronenberghiano – e questo è un grande pregio, oltre che un privilegio o una responsabilità.
Uscito per la prima volta nel 2020, ma arrivato worldwide nel 2022 (ce lo ricordiamo il Covid, sì?), Possessor è un body horror fantascientifico che parla di possesso, manipolazione e deformazione, del corpo come dello spirito, in una società in cui è possibile assumere sicari che commettono omicidi a pagamento controllando il corpo di un’altra persona attraverso un innesto cerebrale. L’unica clausola richiesta è il suicidio: puoi uccidere chi ti pare, a patto che ti uccida anche tu e che non rimanga alcuna traccia di ciò che hai commesso. Cosa succede, però, se la persona in questione si trova in una fase della vita precaria e compromessa, in cui la sua intimità fatica a farsi da parte e il “lavoro” si mescola con la “vita privata” al punto da creare un cortocircuito?

Fermarsi al mero gusto estetico di questo film sarebbe riduttivo: Possessor è chiaramente un film estremo, intenso, visivamente esplicito e disturbante al punto da richiedere un disclaimer iniziale che ne sconsiglia la visione a chi soffre di crisi epilettiche. Allo stesso tempo, però, Possessor è una metafora neanche troppo velata dell’esistenza stessa, in cui il lavoro a volte non può essere scisso dalla persona stessa e in cui, a volte, il dolore compenetra in ogni ambito dell’esistenza rendendoci fragili, impotenti, anche di fronte alle nostre responsabilità.
E quando la misura è colma, il liquido straborda e i limiti si confondono, non è più possibile tornare indietro. Cosa ci resta allora? Arrendersi al dolore o combatterlo? E se il prezzo da pagare fosse troppo alto?
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