Chiamami col tuo nome: la recensione del film di Luca Guadagnino candidato agli Oscar 2018

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Le ricordiamo tutti le estati della nostra adolescenza. Il profumo del mare, le lunghe passeggiate al tramonto, i primi baci, le prime scoperte, i primi amori. E la nostalgia che di solito ci assale quando ci capita di ripensarci.

Quella nostalgia ce l’aveva raccontata così bene Marcel Proust, nella sua “ricerca del tempo perduto”, quando un banale morso dato ad una maddalenina era in grado di evocare sensazioni passate così belle da dimenticare per un istante i dolori del mondo.

E quella stessa nostalgia sembra pervadere anche Chiamami col tuo nome, l’ultimo film di Luca Guadagnino, candidato ai premi più ambiti della 90esima edizione degli Oscar.

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Timothée Chalamet and Armie Hammer appear in Call Me by Your Name by Luca Guadagnino, an official selection of the Premieres program at the 2017 Sundance Film Festival. © 2016 Sundance Institute.

Ambientato in una calda estate italiana del 1983, da qualche parte lì nel profondo nord, Chiamami col tuo nome – tratto dall’omonimo romanzo di André Aciman del 2007 – è un film che parla di amore e bellezza, prima di tutto: un amore che va al di là dell’età, del tempo, dello spazio e della sessualità stessa, e una bellezza che si perde nel tempo che passa, che sa di morbide forme elleniche e di retrogusti aspri di albicocche appena colte.

Elio (Timothèe Chalamèt), il protagonista, è un adolescente di appena 17 anni, italoamericano e di origini ebraiche che vive con la sua famiglia in un bellissimo casale del 1600. Suo padre (Michael Stuhlbarg), professore universitario e stimato ellenista, decide di ospitare per le vacanze estive Oliver (Armie Hammer), uno studente universitario di 24 anni che desidera preparare la tesi di dottorato con lui. C’è qualcosa di misterioso, in Oliver, che attira l’attenzione di Elio, qualcosa che va al di là della semplice attrazione. Durante le vacanze estive, tra Elio e Oliver scatterà qualcosa di forte, intenso, che li trasporterà quasi in un’altra dimensione, lì dove il tempo e lo spazio non contano e dove l’amore, quello puro e scevro da qualsiasi costrutto, muove e governa ogni cosa.

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Eccola, la forza di Chiamami col tuo nome: non è nella messinscena o nella fotografia, per certi versi un po’ imperfette e chiaramente acerbe, ma nel desiderio di raccontare un amore e una bellezza che vanno al di là delle cose terrene, così forti da renderne difficile una definizione chiara e quasi impossibile una catalogazione.

Il parallelismo con l’arte classica, con le forme gentili e perfette delle sculture elleniche, è tanto forte quanto necessario: il ritrovamento della statua greca nelle acque del Lago di Garda, in un ambiente naturale così puro e romantico, trasporta il film in un posto diverso, che sembra quasi irreale.

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Gli spazi entro cui si muovono Elio, Oliver e tutti i personaggi di questo film, sembrano sospesi nel tempo, congelati in un non luogo, scenografia e palcoscenico di un amore unico che nasce e cresce al ritmo di un respiro e non muore, perché è destinato a riecheggiare in quelle mura per l’eternità.

Non è solo l’amore omosessuale che si celebra qui, tra Elio e Oliver, ma un amore alto, puro, eterno, che dura nel tempo e supera lo spazio, uno di quegli amori che ricordi, con nostalgia e malinconia, ogni qual volta ti capiti di riassaporarlo. Un po’ come la maddalenina di Proust.

Seppur con qualche imprecisione stilistica, che passa però in secondo piano per lasciare spazio alla poesia e alla narrazione di questa bellissima storia d’amore, il nuovo film di Luca Guadagnino è il manifesto ideale della bellezza eterna, fatto di cornici perfette e di scenografie suggestive, ma più di ogni cosa ci insegna che un cinema diverso, in Italia, è ancora possibile: per farlo, però, è necessario andare altrove.

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Chiamami col tuo nome
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